Scegliere

18 Dicembre 2009

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Cari Daria e Elio,

non vi ho mai scritto una lettera.
Lo faccio ora e la metto qui, pubblica, sul mio blog tunisino.
Se ne avrete voglia, ne parleremo assieme.

Il 12 dicembre 1969, una bomba è esplosa in Piazza Fontana, ha fatto 17 morti.
Un anno dopo, il 12 dicembre 1970, ero in manifestazione nel servizio d’ordine del Movimento Studentesco (il servizio d’ordine è un gruppo di persone organizzato per difendere le manifestazioni se attaccate). Avevamo appena subìto una carica dalla polizia (una “carica” è quando un drappello di poliziotti ti corre contro con l’obiettivo di farti scappare). Noi abbiamo resistito e contro-caricato. Un paio di poliziotti sono caduti ai nostri piedi. Avevo un bastone in mano. Come tutti gli altri. Ero circondato da persone che li colpivano. Io non ci sono riuscito. Non ho mosso il bastone. Non vedevo un poliziotto. Vedevo la schiena di un uomo. Di lì a poco ho abbandonato il servizio d’ordine. Ho fatto solo politica.

1973, luglio. Faceva il solito caldo milanese un po’ appiccicoso. Eravamo davanti alla università Statale. Chiacchiericcio estivo, situazione da scansafatiche. Improvvisamente un vociare.
Tutti corriamo dall’altra parte della strada. Uno dei capi del Movimento Studentesco stava urlando contro un tizio: “Io ti conosco, sei un fascista. Cosa ci fai qui davanti?” (allora c’erano zone di Milano dove quelli di sinistra non potevano andare, e altre dove quelli di destra non potevano andare). Finito di urlare gli molla un ceffone. Stava per dargliene altri. Mi sono messo in mezzo aiutando il tizio ad allontanarsi. Poco dopo sono stato chiamato dai responsabili del Movimento: “Mai e poi mai devi fermare un responsabile politico. Lui sa sempre cosa è giusto fare”. A me sono risuonate in testa le parole di mio padre: “quelli che avevano sempre ragione sono finiti in piazza Loreto” (nel 1945, in piazzale Loreto, sono stati impiccati Mussolini e altri gerarchi fascisti. Durante il fascismo, sulle facciate di molte case, c’erano delle scritte fatte dal governo, una di queste era: “Il Duce ha sempre ragione”).
Di lì a poco abbandonavo il Movimento Studentesco per entrare nel PCI.

Sono passati alcuni anni e mi sono ritrovato ancora in un servizio d’ordine. Questa volta del Partito Comunista Italiano. Dovevamo difendere la presenza di persone della Democrazia Cristiana ad una manifestazione (PCI e DC erano due partiti di allora). Facevo servizio d’ordine perché ero disposto a prendere delle legnate sulla testa purché quei democristiani potessero stare lì con noi a manifestare.

Lunedì, mentre andavo alla Malpensa per venire a Tunisi, ho sentito dal Giornale Radio che in internet si era costituito un gruppo di fan a favore dello squilibrato che ha tirato una statuetta in faccia a Berlusconi. Aspettando l’aereo sono andato per dare un’occhiata a questo gruppo.
Prima di arrivarci, nella mia homepage di Facebook, ho trovato dei commenti:
- alcuni erano dispiaciuti del fatto che Berlusconi non fosse stato ucciso
- altri erano contenti che Berlusconi stesse male
- altri, scherzando su: “Berlusconi colpito dalla bellezza dal Duomo di Milano”, si dichiaravano orgogliosi di questa Milano

Sono inorridito.

Ho deciso di raccontarvi tre scelte che ho fatto perché volevo dirvi quanto mi sento distante da queste cose scritte e da altre simili che ci saranno contro Prodi o Bersani o altri.
Anche soltanto scrivendo si può superare il confine del rispetto umano.
Come mi sento molto distante anche da chi ha detto: “il gesto è sbagliato, ma Berlusconi…”.
Il “MA”, anch’esso, apre la porta alla possibilità che qualcuno si senta giustificato nel superare questo confine.

A voi di decidere dov’è il confine, e se passarlo o meno.

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Una semplice considerazione

12 Dicembre 2009

Inizio a soffrire l’approssimazione.
E la soffro perché m’accorgo che mi ci sto adattando.
Sto lasciando correre. Mi sono detto: “sono troppi”, non ce la posso fare.
E ho cercato di concentrarmi sulle cose importanti, e fare bene quelle.
Ma ne scappano una valanga comunque.

L’altro giorno discutevo di questo mio sentimento con Mondher, un ingegnere quadrato e simpatico. Era d’accordo con me. Mi ha raccontato che c’è un modo di dire: “è fatto all’araba”. Spiega l’imprecisione. Qui si realizza velocemente e si cade sulle finiture. Ma, non ostante questo buon spirito autocritico, anche lui lascia correre.

Cercavo delle informazioni sulla Coppa d’Africa, un torneo di calcio che si giocherà a gennaio.
Come sono arrivato sul sito ufficiale mi sono sorpreso. L’intestazione ha degli errori. Mancano lettere, apostrofi e maiuscole.
L’ho fatta vedere a chi mi stava vicino. Non se si è scomposto e ha osservato: “Normale … sono africani”.
Non vi era nessuna venatura razzista.
Era una semplice considerazione.

PS
E già che sono a fare il precisino: sul sito ufficiale della coppa (http://www.coupedafrique.com/) è più facile trovare info sulla coppa giocata nel 2008 che su quella da giocarsi nel 2010


Il pollo di Beja

12 Dicembre 2009

Non so da dove nasca il nostro detto su Maometto e le montagne:
“Se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà da Maometto”.

Con le dovute cautele, ho cercato di approfondire.
Spiegando il senso del nostro dire, ne ho cercata traccia nella cultura qui.
Nella storia del Profeta si riferisce come Maometto sia andato alla montagna per sfuggire a membri della sua gente che volevano persino ucciderlo.
Ma di movimenti geologici opposti non vi è traccia, come non vi è traccia d’impazienza.

La frase che qui in Tunisia richiama più da vicino il significato del nostro detto è la seguente:
« Si le poulet ne va pas au blé, sera le blé de Beja à aller au poulet ».
Se il pollo non va al grano, sarà il grano di Beja ad andare al pollo.

Beja è una città 100 km a ovest di Tunisi, al centro di una regione molto fertile.
E’ definita il granaio della Tunisia.
Ecco spiegato perché si parli di polli e grano.

Rimane il mistero perché da noi si parli di Maometto e di montagne che si spostano.


La testa nel sacco

12 Dicembre 2009

In fatto di cucina, qui non c’è la nostra varietà (ovvio).
Ogni tanto emerge un piatto curioso, ma per trovarlo bisogna uscire dal circuito dei ristoranti, ed entrare nelle piccole trattorie di strada (mi stava “scappando” – bettole).
Così è stato per il leblebi. Così è per una specie di crema: la mloukhia.
Trovata in una mensa fuori Tunisi.

Densa. Scurissima. Ho iniziato a mangiarla.
FAN-TA-STI-CA.
Il piatto viene messo al centro della tavola, e tutti insieme si fa scarpetta col pane, chiacchierando.
La voglio riproporre a casa.
I commensali intorno a me ne conoscevano la preparazione.
Si mischia la polvere di mloukhia con acqua, l’olio, ecc ecc.
Tutti a sottolineare che, per renderlo digeribile, deve cuocere molte ore.
Ma la composizione della polvere di mloukhia sfuggiva.
OK sono foglie tritate fini, ma da che pianta vengono?
Nulla. Mancava persino la traduzione francese di mloukhia.

Sono entrato nella cucina della mensa a parlare con la cuoca, gentilissima e divertita dall’italiano che vuole sapere della sua crema. Anche lei a spiegarmi la ricetta, ma la pianta base continuava a sfuggire. Non siamo riusciti ad andare oltre alla foto che mostro.

Un po’ di ricerca sul WEB ed è saltato fuori il Corchorus olitorius.
Cioè la liuta. Ecco spiegate le ore di cottura per renderla digeribile.
Da noi usata per farne carta, tessuti e, soprattutto, i famosi sacchi di juta.
Qui per festeggiare capodanno musulmano, circoncisioni e feste di matrimonio.


Le stagioni al bar

19 Novembre 2009

E’ passato un anno di Tunisia. Non me ne sono (quasi) accorto.

Sono nato di fianco alla prima Esselunga aperta in Italia. Io e il Caprotti, a trovarsi insieme in viale Regina Giovanna. Un grande rapporto il nostro. Io crescevo, e lui a garantirmi il necessario. Mi ha detto Fidaty, e mi sono fidato. Mi ha procurato tutto, sempre. Ti adoro Caprotti. Tutto e sempre, in qualsiasi momento. Arance? Sempre. Fragole? Sempre. Mele? Sempre. Polipo? Sempre.
La globalizzazione porta al Super i prodotti della natura con continuità; ha fatto praticamente sparire le stagioni. La maturazione, da qualche parte del mondo, in uno dei due emisferi, c’è per forza.

Ieri, facendo colazione al bar, ho rivisto le arance. Ho chiesto una spremuta. Come la prima volta arrivato a Tunisi.

E’ passato un anno. Non me ne sono (quasi) accorto.
Al bar, scomparse le arance, sono arrivate le fragole. Proposte in frullato.
Passate le fragole è stata la volta della “citronade”. Una specie di granita molto liquida al limone. La citronade annuncia e tiene banco tutta l’estate. Poi silenzio.

Ora di nuovo le arance.
La frutta di stagione marca il passare del tempo al bar,
come sui banchi dei fruttivendoli e del Carrefour.
I prodotti all’inizio compaiono rachitici.
Nelle settimane, migliorano in forma e colore.
Poi vedi che si accartocciano, infine scompaiono.
La Tunisia, che importa poco, mantiene le sue stagioni.
E’ passato un anno e le arance me lo hanno ricordato.


Tetrapack

19 Novembre 2009

Tetrapack è il nome dell’azienda svedese che ha saputo saldare insieme carta e plastica.
Rendendo così il contenitore impermeabile e impenetrabile all’aria.
Il suo nome deriva da come ha presentato questa invenzione.
Erano dei solidi a 4 facce, dei tetraedri appunto.
Non li vedevo più da quando ero bambino.
Da quando spandevo il latte per aprirli (la forbice non era mai a portata di mano).
Non li ho più visti perché sostituiti da una forma rettangolare.
Tetraedri li ho ritrovati qui.
Contenitori per lo zucchero. Al bar non esistono zuccheriere e cucchiaini.
Gli anni non sono passati invano: il triangolotto si apre facilmente.


Tunisia Export

19 Novembre 2009

In attesa di una riunione che tarda a iniziare, sfoglio un giornale locale.
Tanti successi tunisini acclamati nei titoli.
Tra questi successi, i dati dell’export dell’olio di oliva. Il 50% viene in Italia.

C’è un altro export dove la Tunisia non muove nulla.
Anzi si muovo gli altri.
L’aria di tolleranza respirata qui, l’essere un paese francofono, l’aver impiantato un sistema scolastico alla francese, fa sì che molti paesi africani, francofoni, mandino i loro giovani a studiare nelle università tunisine. All’una, mentre mi gusto la ciotola di Leblebi (nella foto), li vedo arrivare allo snack a frotte. Nerissimi.
Mi domando delle loro famiglie. Chi sono? Quanti sacrifici avranno fatto per mandarli?
Dove vivono qui questi ragazzi e come se la passano?
Cosa faranno, se e quando torneranno nel loro Paese?
Finisco la mia zuppa di ceci, e rimango con le mie domande.
E’ curioso.
La Tunisia, paese povero di materie prime, esporta conoscenza.


L’alba a Tunisi

14 Novembre 2009

La mattina all’alba, dalle moschee sale la prima preghiera.
La città risuona tutta, in una eco continua.
E’ un momento magico per guardare la città, dall’alto del Belvedere, il quartiere dov’è il mio albergo.
Tra l’altro, oggi, era una bellissima alba. Le riprese col telefonino non le rendono giustizia.

Mentre facevo le riprese pensavo ad un mio amico che, in questi giorni, sta vivendo una pessima esperienza. Che sia un buon giorno anche per te.

Il video lo trovate qui.

[http://video.libero.it/app/play/?id=f27211c4504299618c19472b63f47081


Google ama gli indigeni, i tedeschi la birra

14 Novembre 2009

Giuseppe Verdi
Avrete notato che a volte Google sostituisce il suo logo con qualcosa che ricorda delle scadenze.
In genere ricorrenze internazionali: Halloween, Natale, ecc.
Una mattina mi sono trovato Giuseppe Verdi. E mi sono chiesto se anche altri paesi avessero il logo del nostro musicista. No, Google esegue delle sostituzioni “localizzate”. Evidentemente vuole farsi voler bene dagli indigeni.
Questa mattina, 14 novembre, il logo ricorda il ritrovamento dell’acqua sulla luna. Sono andato a zonzo per la rete. Il risultato è nell’immagine.
Ai tedeschi l’acqua non interessa. Preferiscono la birra.
Google
PS
A proposito delle localizzazioni… Visto che Google si occupa anche di festività sul Ramadan non c’era nulla. Immagino che la cosa sarà sistemata con il prossimo internet, che permetterà di uscire dall’obbligo delle lettere latine per digitare indirizzi gli WEB, e ciascuno potrà usare i caratteri del proprio alfabeto. Grande la rete…


Crocefisso

14 Novembre 2009

Sta infuriando la polemica sulla sentenza europea che ne vieterebbe l’esposizione.
Essendo un non credente, non dovrei essere toccato dalla cosa.
Eppure la sentenza mi ha dato fastidio, e non riesco a concordare con essa.
Ho cercato di capire il perché.
Il crocefisso è un simbolo. Ma non è il solo. Viviamo immersi nei simboli.
Permettono di muoverci, di riconoscerci, ecc.
Sono un elemento del nostro paesaggio e uno dei più potenti sistemi di comunicazione.
Come tali ci “aderiscono” e sono espressione della nostra cultura.
Qualche volta i simboli cambiano per legge (es. quelli stradali).
Qualche volta diventano obsoleti, vengono dimenticati e sostituiti senza rumore.
A volte vengono abbattuti (le statue da Mussolini a Saddam Hussein).
Qualche volta sono vietati per legge (i simboli nazi-fascisti).
Ecco, mi ha dato fastidio il divieto.
Il rapporto con la chiesa, nel nostro paese, ha camminato.
Il concordato è stato modificato e lo sarà ancora.
Altre confessioni sono emergenti nel nostro paese. Altri simboli si affermeranno.
La nostra cultura, la comunicazione, i simboli evolveranno.
Siamo sicuri di voler regolamentare questo cammino per legge? A colpi di divieto?
Siamo sicuri che questo sia il miglior modo di costruire l’Europa?