2 immagini

4 febbraio 2010

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Le due immagini di questo post, riguardano il tempo.

Una è decisamente curiosa – l’uomo che pulisce le scarpe.
L’altra sembra normale – i biglietti di auguri.
E invece no.
Sono tutte e due curiose e parlano dell’uso del tempo.

Qui non esiste il “cafferino”. Non esiste la pausa caffè.
Qui, il caffè, ha una sua dignità. Un suo tempo proprio. Una sua autonomia.
E’ un tempo rilassato che lascia l’opportunità per una lustrata di scarpe.

E il tempo si è talmente rilassato che i biglietti augurali 2010 sono arrivati ora, a febbraio.
L’inutilità stampata.

Pensate che siano successi drammi? Nemmeno per sogno.
In pile ordinate, vedo gli auguri su scaffali, tavoli e mensole.
Nessun dramma, solo qualche commento sulla loro estetica.

Questa del tempo è la grande differenza tra loro e me.
Continuo, un po’, a soffrire.


Complicato

22 gennaio 2010


Quella che vedete è la villetta-studio dell’architetto Wassim Ben Mahmoud.
Si trova in un quartiere molto gradevole che prende il nome da quello che è: il Belvedere.
Sono vie tranquille, dove si intercalano villette private, ambasciate e piccole società.

Con l’architetto Wassim stiamo stendendo il progetto di un centro di produzione televisivo.
In un prossimo futuro, chissà, la nuova sede della nostra NessmaTV.
Il lavoro di progetto procede da alcuni mesi, e le riunioni si susseguono nel suo studio.

Il campanello è sulla colonna in strada.
La prima volta che ci sono andato ho pigiato e aspettato. Nulla.
Ri-pigio.
Ri-aspetto.
Ri-nulla.
Non sentivo assolutamente niente, e il dubbio sulla mia sordità è diventato concreto.

Alla fine, telefono a un conoscente dell’architetto Wassim e chiedo il numero del suo cellulare.
Gli telefono ed ecco arrivare la segretaria ad aprirmi.
“Scusi – domando – funziona il campanello?”
“No. Lo stiamo sistemando”
La buona notizia, è che non sono sordo.

Seconda visita. Stessa scampanellata, stessa attesa. Stessa ricerca del numero. Entro.
Tento: “Il campanello?”. Stessa risposta.

Conoscendo le lentezze locali, memorizzo il numero del cell di Wassim.
(un gossip, Wassim è cugino di Tarak Ben Ammar)

Le volte seguenti, gli ho telefonato subito, e non ho più chiesto nulla.
L’ultima volta è capitato fosse fuori anche lui. E’ stato costretto, a sua volta, a telefonare.

La segretaria aprendo, e immaginando la solita domanda inespressa, mi fa: “Scusi, ma perché non bussa?”.

Semplice no? Ho sorriso pensando a come funziona la mia testa.


E io vi riporto indietro

22 gennaio 2010


La vita degli oggetti inizia producendo rifiuti (gli imballi), e si conclude diventando loro stessi un rifiuto.
Ho letto di come il trattamento dei rifiuti, nei paesi meno sviluppati, sia un problema.
Vederlo di persona, fa impressione. Uscendo da Tunisi, e vicino a villaggi di buona dimensione, mi sono imbattuto in campi cosparsi a perdita d’occhio di sacchetti di plastica.
L’uomo prima, e il vento dopo, hanno fatto il loro.

Abituato da decenni al riciclo, faccio fatica a mettere tutto in un unico contenitore: pattume organico, vetro, carta, plastica, ecc.
Quando l’altro giorno, fra le mani, mi sono capitate due batterie al mercurio, sono rimasto perplesso.
Non so se sia vero, ma ho letto che una piccola pila al mercurio è in grado di inquinare un metro cubo di terreno.
Dove le metto? mi sono chiesto.
Vetro e carta hanno un impatto relativo in termini di inquinamento. Ma il mercurio è tutt’altra cosa.

Mi accorgo che costruire il cerchio produzione merce >> uso e riciclo >> produzione nuova merce è, anche lui, un lusso. Globalizzazione e nuove tecnologie portano qui in Tunisia prodotti i cui rifiuti sono complessi e costosi da trattare.
Mi è venuto anche in mente il lento procedere del forum mondiale sull’ambiente a Copenhagen.
Mettiamo tutte queste considerazioni. Mettiamo i sensi di colpa nel gettarle in pattumiera e mi sono deciso. Noi vi abbiamo costruito, noi ve le abbiamo spedite.
E io vi riporto a casa per infilarvi nel riciclo delle pile.


Scegliere

18 dicembre 2009

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Cari Daria e Elio,

non vi ho mai scritto una lettera.
Lo faccio ora e la metto qui, pubblica, sul mio blog tunisino.
Se ne avrete voglia, ne parleremo assieme.

Il 12 dicembre 1969, una bomba è esplosa in Piazza Fontana, ha fatto 17 morti.
Un anno dopo, il 12 dicembre 1970, ero in manifestazione nel servizio d’ordine del Movimento Studentesco (il servizio d’ordine è un gruppo di persone organizzato per difendere le manifestazioni se attaccate). Avevamo appena subìto una carica dalla polizia (una “carica” è quando un drappello di poliziotti ti corre contro con l’obiettivo di farti scappare). Noi abbiamo resistito e contro-caricato. Un paio di poliziotti sono caduti ai nostri piedi. Avevo un bastone in mano. Come tutti gli altri. Ero circondato da persone che li colpivano. Io non ci sono riuscito. Non ho mosso il bastone. Non vedevo un poliziotto. Vedevo la schiena di un uomo. Di lì a poco ho abbandonato il servizio d’ordine. Ho fatto solo politica.

1973, luglio. Faceva il solito caldo milanese un po’ appiccicoso. Eravamo davanti alla università Statale. Chiacchiericcio estivo, situazione da scansafatiche. Improvvisamente un vociare.
Tutti corriamo dall’altra parte della strada. Uno dei capi del Movimento Studentesco stava urlando contro un tizio: “Io ti conosco, sei un fascista. Cosa ci fai qui davanti?” (allora c’erano zone di Milano dove quelli di sinistra non potevano andare, e altre dove quelli di destra non potevano andare). Finito di urlare gli molla un ceffone. Stava per dargliene altri. Mi sono messo in mezzo aiutando il tizio ad allontanarsi. Poco dopo sono stato chiamato dai responsabili del Movimento: “Mai e poi mai devi fermare un responsabile politico. Lui sa sempre cosa è giusto fare”. A me sono risuonate in testa le parole di mio padre: “quelli che avevano sempre ragione sono finiti in piazza Loreto” (nel 1945, in piazzale Loreto, sono stati impiccati Mussolini e altri gerarchi fascisti. Durante il fascismo, sulle facciate di molte case, c’erano delle scritte fatte dal governo, una di queste era: “Il Duce ha sempre ragione”).
Di lì a poco abbandonavo il Movimento Studentesco per entrare nel PCI.

Sono passati alcuni anni e mi sono ritrovato ancora in un servizio d’ordine. Questa volta del Partito Comunista Italiano. Dovevamo difendere la presenza di persone della Democrazia Cristiana ad una manifestazione (PCI e DC erano due partiti di allora). Facevo servizio d’ordine perché ero disposto a prendere delle legnate sulla testa purché quei democristiani potessero stare lì con noi a manifestare.

Lunedì, mentre andavo alla Malpensa per venire a Tunisi, ho sentito dal Giornale Radio che in internet si era costituito un gruppo di fan a favore dello squilibrato che ha tirato una statuetta in faccia a Berlusconi. Aspettando l’aereo sono andato per dare un’occhiata a questo gruppo.
Prima di arrivarci, nella mia homepage di Facebook, ho trovato dei commenti:
- alcuni erano dispiaciuti del fatto che Berlusconi non fosse stato ucciso
- altri erano contenti che Berlusconi stesse male
- altri, scherzando su: “Berlusconi colpito dalla bellezza dal Duomo di Milano”, si dichiaravano orgogliosi di questa Milano

Sono inorridito.

Ho deciso di raccontarvi tre scelte che ho fatto perché volevo dirvi quanto mi sento distante da queste cose scritte e da altre simili che ci saranno contro Prodi o Bersani o altri.
Anche soltanto scrivendo si può superare il confine del rispetto umano.
Come mi sento molto distante anche da chi ha detto: “il gesto è sbagliato, ma Berlusconi…”.
Il “MA”, anch’esso, apre la porta alla possibilità che qualcuno si senta giustificato nel superare questo confine.

A voi di decidere dov’è il confine, e se passarlo o meno.

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Una semplice considerazione

12 dicembre 2009

Inizio a soffrire l’approssimazione.
E la soffro perché m’accorgo che mi ci sto adattando.
Sto lasciando correre. Mi sono detto: “sono troppi”, non ce la posso fare.
E ho cercato di concentrarmi sulle cose importanti, e fare bene quelle.
Ma ne scappano una valanga comunque.

L’altro giorno discutevo di questo mio sentimento con Mondher, un ingegnere quadrato e simpatico. Era d’accordo con me. Mi ha raccontato che c’è un modo di dire: “è fatto all’araba”. Spiega l’imprecisione. Qui si realizza velocemente e si cade sulle finiture. Ma, non ostante questo buon spirito autocritico, anche lui lascia correre.

Cercavo delle informazioni sulla Coppa d’Africa, un torneo di calcio che si giocherà a gennaio.
Come sono arrivato sul sito ufficiale mi sono sorpreso. L’intestazione ha degli errori. Mancano lettere, apostrofi e maiuscole.
L’ho fatta vedere a chi mi stava vicino. Non se si è scomposto e ha osservato: “Normale … sono africani”.
Non vi era nessuna venatura razzista.
Era una semplice considerazione.

PS
E già che sono a fare il precisino: sul sito ufficiale della coppa (http://www.coupedafrique.com/) è più facile trovare info sulla coppa giocata nel 2008 che su quella da giocarsi nel 2010


Il pollo di Beja

12 dicembre 2009

Non so da dove nasca il nostro detto su Maometto e le montagne:
“Se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà da Maometto”.

Con le dovute cautele, ho cercato di approfondire.
Spiegando il senso del nostro dire, ne ho cercata traccia nella cultura qui.
Nella storia del Profeta si riferisce come Maometto sia andato alla montagna per sfuggire a membri della sua gente che volevano persino ucciderlo.
Ma di movimenti geologici opposti non vi è traccia, come non vi è traccia d’impazienza.

La frase che qui in Tunisia richiama più da vicino il significato del nostro detto è la seguente:
« Si le poulet ne va pas au blé, sera le blé de Beja à aller au poulet ».
Se il pollo non va al grano, sarà il grano di Beja ad andare al pollo.

Beja è una città 100 km a ovest di Tunisi, al centro di una regione molto fertile.
E’ definita il granaio della Tunisia.
Ecco spiegato perché si parli di polli e grano.

Rimane il mistero perché da noi si parli di Maometto e di montagne che si spostano.


La testa nel sacco

12 dicembre 2009

In fatto di cucina, qui non c’è la nostra varietà (ovvio).
Ogni tanto emerge un piatto curioso, ma per trovarlo bisogna uscire dal circuito dei ristoranti, ed entrare nelle piccole trattorie di strada (mi stava “scappando” – bettole).
Così è stato per il leblebi. Così è per una specie di crema: la mloukhia.
Trovata in una mensa fuori Tunisi.

Densa. Scurissima. Ho iniziato a mangiarla.
FAN-TA-STI-CA.
Il piatto viene messo al centro della tavola, e tutti insieme si fa scarpetta col pane, chiacchierando.
La voglio riproporre a casa.
I commensali intorno a me ne conoscevano la preparazione.
Si mischia la polvere di mloukhia con acqua, l’olio, ecc ecc.
Tutti a sottolineare che, per renderlo digeribile, deve cuocere molte ore.
Ma la composizione della polvere di mloukhia sfuggiva.
OK sono foglie tritate fini, ma da che pianta vengono?
Nulla. Mancava persino la traduzione francese di mloukhia.

Sono entrato nella cucina della mensa a parlare con la cuoca, gentilissima e divertita dall’italiano che vuole sapere della sua crema. Anche lei a spiegarmi la ricetta, ma la pianta base continuava a sfuggire. Non siamo riusciti ad andare oltre alla foto che mostro.

Un po’ di ricerca sul WEB ed è saltato fuori il Corchorus olitorius.
Cioè la liuta. Ecco spiegate le ore di cottura per renderla digeribile.
Da noi usata per farne carta, tessuti e, soprattutto, i famosi sacchi di juta.
Qui per festeggiare capodanno musulmano, circoncisioni e feste di matrimonio.


Le stagioni al bar

19 novembre 2009

E’ passato un anno di Tunisia. Non me ne sono (quasi) accorto.

Sono nato di fianco alla prima Esselunga aperta in Italia. Io e il Caprotti, a trovarsi insieme in viale Regina Giovanna. Un grande rapporto il nostro. Io crescevo, e lui a garantirmi il necessario. Mi ha detto Fidaty, e mi sono fidato. Mi ha procurato tutto, sempre. Ti adoro Caprotti. Tutto e sempre, in qualsiasi momento. Arance? Sempre. Fragole? Sempre. Mele? Sempre. Polipo? Sempre.
La globalizzazione porta al Super i prodotti della natura con continuità; ha fatto praticamente sparire le stagioni. La maturazione, da qualche parte del mondo, in uno dei due emisferi, c’è per forza.

Ieri, facendo colazione al bar, ho rivisto le arance. Ho chiesto una spremuta. Come la prima volta arrivato a Tunisi.

E’ passato un anno. Non me ne sono (quasi) accorto.
Al bar, scomparse le arance, sono arrivate le fragole. Proposte in frullato.
Passate le fragole è stata la volta della “citronade”. Una specie di granita molto liquida al limone. La citronade annuncia e tiene banco tutta l’estate. Poi silenzio.

Ora di nuovo le arance.
La frutta di stagione marca il passare del tempo al bar,
come sui banchi dei fruttivendoli e del Carrefour.
I prodotti all’inizio compaiono rachitici.
Nelle settimane, migliorano in forma e colore.
Poi vedi che si accartocciano, infine scompaiono.
La Tunisia, che importa poco, mantiene le sue stagioni.
E’ passato un anno e le arance me lo hanno ricordato.


Tetrapack

19 novembre 2009

Tetrapack è il nome dell’azienda svedese che ha saputo saldare insieme carta e plastica.
Rendendo così il contenitore impermeabile e impenetrabile all’aria.
Il suo nome deriva da come ha presentato questa invenzione.
Erano dei solidi a 4 facce, dei tetraedri appunto.
Non li vedevo più da quando ero bambino.
Da quando spandevo il latte per aprirli (la forbice non era mai a portata di mano).
Non li ho più visti perché sostituiti da una forma rettangolare.
Tetraedri li ho ritrovati qui.
Contenitori per lo zucchero. Al bar non esistono zuccheriere e cucchiaini.
Gli anni non sono passati invano: il triangolotto si apre facilmente.


Tunisia Export

19 novembre 2009

In attesa di una riunione che tarda a iniziare, sfoglio un giornale locale.
Tanti successi tunisini acclamati nei titoli.
Tra questi successi, i dati dell’export dell’olio di oliva. Il 50% viene in Italia.

C’è un altro export dove la Tunisia non muove nulla.
Anzi si muovo gli altri.
L’aria di tolleranza respirata qui, l’essere un paese francofono, l’aver impiantato un sistema scolastico alla francese, fa sì che molti paesi africani, francofoni, mandino i loro giovani a studiare nelle università tunisine. All’una, mentre mi gusto la ciotola di Leblebi (nella foto), li vedo arrivare allo snack a frotte. Nerissimi.
Mi domando delle loro famiglie. Chi sono? Quanti sacrifici avranno fatto per mandarli?
Dove vivono qui questi ragazzi e come se la passano?
Cosa faranno, se e quando torneranno nel loro Paese?
Finisco la mia zuppa di ceci, e rimango con le mie domande.
E’ curioso.
La Tunisia, paese povero di materie prime, esporta conoscenza.