
Ieri sera ho parlato con una studiosa e appassionata di Medio Oriente. Non la conoscevo.
Ma è stata una lunga telefonata, di quelle in cui scopri affinità e passioni comuni.
Il motivo della telefonata era la sua ricerca di informazioni sulla Tunisia.
Sta partendo per una settimana a Tunisi e dintorni. Un viaggio di piacere. Ma non da turista.
Sarà un viaggio di incontri e riflessioni su quanto avvenuto. Persino una serata musicale a Sidi Bou Said.
Buon viaggio Donatella, e grazie della telefonata che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere un paio di cose che mi hanno colpito in questi mesi.
La prima è sulla guerra che abbiamo in corso con la Libia. Perché di ciò si tratta.
Fin dai primi bombardamenti sono stato contrario, al fatto in sé.
Era evidente che si iniziava una guerra.
Mi è stato subito chiaro che il lavoro dall’aria lo avremmo noi e che avremmo lasciato il duro e necessario complemento a terra agli insorti di Bengasi.
Trattasi di una guerra per il petrolio. I morti a loro, il petrolio a noi.
Non sono contrario perché difendo Gheddafi. Sono contrario perché chi ha iniziato questa moderna guerra coloniale non ha avuto il coraggio di dichiararla. Assumendosene la responsabilità. Internamente ed esternamente. Non ha consegnato, ai due ambasciatori libici in Francia e UK, una dichiarazione ufficiale. Non è stato rispettato quel minimo di diritto internazionale verso un governo, quello libico, regolarmente riconosciuto da tutti e da anni. Dunque, a nostro piacere e interesse, possiamo fare guerra a chi vogliamo. Senza nemmeno dirglielo.
Se un Paese europeo avesse fatto guerra ad un altro, l’ambasciatore sarebbe stato convocato. Gli sarebbe stato dato un pezzo di carta.
Ma al “libico” di turno, no. Non serve dare nulla.
Perchè uno schifo, un nulla, è quella foglia di fico della dichiarazione ONU “no fly”.
Ecco ciò che ho visto, anche, in due anni in Tunisia.
Ho visto, come diversi francesi si muovevano.
Sotto sotto, era un po’, ancora, “roba loro”. Nessuno a dirlo in faccia. Siamo moderni.
Ma la pelle lo diceva. Lo si sentiva.
Ecco perché non è necessario rispettare il diritto di alcune nazioni.
Tutte sono sedute negli organismi internazionali. Ma alcune di esse, sotto sotto, sono ancora “roba nostra”.
E se decido di andare a riprendermela, quella roba, mica glielo devo dire.
La posizione del governo italiano, ma anche del presidente della Repubblica (sob), poi, è orrenda. Alla faccia della nostra Costituzione.
L’Italia ha un trattato di amicizia con quel Paese.
Un trattato che ci mette in una posizione differente rispetto agli altri Paesi che insieme a noi bombardano.
Qui ha giocato la convenienza. Il calcolo che, se avessero vinto gli insorti, i nostri interessi petroliferi e delle altre industrie italiane che sono laggiù, sarebbero stati pesantemente toccati.
E i tunisini cosa dicono della guerra?
Dalle poche telefonate avute, non l’ho capito.
Si sentiva l’orgoglio per la loro rivoluzione che ha mandato via Ben Alì. Si sentiva la parentela con la Libia su censura e libertà. Si sentiva il parallelo sulle ruberie e i soprusi che la famiglia di Gheddafi aveva con il loro ex presidente e con la famiglia Trabelsi (la moglie di Ben Ali). Ma si sentiva anche il dubbio su come gli occidentali possono decidere di alzarsi in volo e bombardare la loro terra.
Oggi è Gheddafi, domani?
In questi mesi ho sentito anche un’altra cosa che ci differenzia – che ci rende piccoli.
Durante i giorni degli sbarchi a Lampedusa ho parlato al telefono con Rim B. Una donna forte, autonoma, dal carattere deciso, rispettata da tutti gli uomini. Fatto notevole, anche per un Paese musulmano aperto, come la Tunisia.
Raccontavo dei “nostri” barconi, di Lampedusa. Delle centinaia, qualche migliaio di profughi arrivati.
Le ho chiesto come facessero loro, nel sud della Tunisia.
Là, la guerra, ha spinto qualche centinaia di migliaia (sottolineo, centinaia di migliaia, non migliaia) di profughi a cercare rifugio oltre il confine libico.
Lì, accampati, non ci sono solo libici.
Ci sono lavoratori di tante nazionalità che cercavano di aiutare le loro famiglie emigrando vicino al petrolio. Centinaia di migliaia sotto il caldo. Che hanno perso tutto.
Con l’incertezza sul come tornare a casa.
E, di nuovo, con l’incertezza su come alimentare le loro famiglie.
Quando ho chiesto a Rim cosa pensasse di tutto ciò, non ha avuto un attimo di esitazione.
Li accolgo? Dove li metto? Cosa diranno i tunisini? Quanto costa?
Come può gestire tutto questo un governo appena nato?
Nessuna domanda.
Nessuna indecisione.
“il fait le nourrir”
– bisogna dargli da mangiare
Lei, responsabile dei numeri di NESSMA, non ha fatto la nostra misera contabilità di arrivi e partenze.
(in questi giorni siamo passati dai conti sugli immigrati a quelli sulla spazzatura…)
Bisogna accogliere e dare da mangiare.
- senza discussioni
Bella lezione, restiamo umani.
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PS
“Restiamo umani” è frase di Vittorio Arrigoni
PS2
prima di creare confusioni,
una dichiarazione esplicita non fa diventare giusta una guerra
Pubblicato da Luigi Seccia 









