“Restiamo umani”

28 giugno 2011


Ieri sera ho parlato con una studiosa e appassionata di Medio Oriente. Non la conoscevo.
Ma è stata una lunga telefonata, di quelle in cui scopri affinità e passioni comuni.
Il motivo della telefonata era la sua ricerca di informazioni sulla Tunisia.
Sta partendo per una settimana a Tunisi e dintorni. Un viaggio di piacere. Ma non da turista.
Sarà un viaggio di incontri e riflessioni su quanto avvenuto. Persino una serata musicale a Sidi Bou Said.
Buon viaggio Donatella, e grazie della telefonata che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere un paio di cose che mi hanno colpito in questi mesi.

La prima è sulla guerra che abbiamo in corso con la Libia. Perché di ciò si tratta.
Fin dai primi bombardamenti sono stato contrario, al fatto in sé.
Era evidente che si iniziava una guerra.
Mi è stato subito chiaro che il lavoro dall’aria lo avremmo noi e che avremmo lasciato il duro e necessario complemento a terra agli insorti di Bengasi.
Trattasi di una guerra per il petrolio. I morti a loro, il petrolio a noi.

Non sono contrario perché difendo Gheddafi. Sono contrario perché chi ha iniziato questa moderna guerra coloniale non ha avuto il coraggio di dichiararla. Assumendosene la responsabilità. Internamente ed esternamente. Non ha consegnato, ai due ambasciatori libici in Francia e UK, una dichiarazione ufficiale. Non è stato rispettato quel minimo di diritto internazionale verso un governo, quello libico, regolarmente riconosciuto da tutti e da anni. Dunque, a nostro piacere e interesse, possiamo fare guerra a chi vogliamo. Senza nemmeno dirglielo.
Se un Paese europeo avesse fatto guerra ad un altro, l’ambasciatore sarebbe stato convocato. Gli sarebbe stato dato un pezzo di carta.
Ma al “libico” di turno, no. Non serve dare nulla.
Perchè uno schifo, un nulla, è quella foglia di fico della dichiarazione ONU “no fly”.

Ecco ciò che ho visto, anche, in due anni in Tunisia.
Ho visto, come diversi francesi si muovevano.
Sotto sotto, era un po’, ancora, “roba loro”. Nessuno a dirlo in faccia. Siamo moderni.
Ma la pelle lo diceva. Lo si sentiva.

Ecco perché non è necessario rispettare il diritto di alcune nazioni.
Tutte sono sedute negli organismi internazionali. Ma alcune di esse, sotto sotto, sono ancora “roba nostra”.
E se decido di andare a riprendermela, quella roba, mica glielo devo dire.

La posizione del governo italiano, ma anche del presidente della Repubblica (sob), poi, è orrenda. Alla faccia della nostra Costituzione.
L’Italia ha un trattato di amicizia con quel Paese.
Un trattato che ci mette in una posizione differente rispetto agli altri Paesi che insieme a noi bombardano.
Qui ha giocato la convenienza. Il calcolo che, se avessero vinto gli insorti, i nostri interessi petroliferi e delle altre industrie italiane che sono laggiù, sarebbero stati pesantemente toccati.

E i tunisini cosa dicono della guerra?
Dalle poche telefonate avute, non l’ho capito.
Si sentiva l’orgoglio per la loro rivoluzione che ha mandato via Ben Alì. Si sentiva la parentela con la Libia su censura e libertà. Si sentiva il parallelo sulle ruberie e i soprusi che la famiglia di Gheddafi aveva con il loro ex presidente e con la famiglia Trabelsi (la moglie di Ben Ali). Ma si sentiva anche il dubbio su come gli occidentali possono decidere di alzarsi in volo e bombardare la loro terra.
Oggi è Gheddafi, domani?

In questi mesi ho sentito anche un’altra cosa che ci differenzia – che ci rende piccoli.

Durante i giorni degli sbarchi a Lampedusa ho parlato al telefono con Rim B. Una donna forte, autonoma, dal carattere deciso, rispettata da tutti gli uomini. Fatto notevole, anche per un Paese musulmano aperto, come la Tunisia.

Raccontavo dei “nostri” barconi, di Lampedusa. Delle centinaia, qualche migliaio di profughi arrivati.
Le ho chiesto come facessero loro, nel sud della Tunisia.
Là, la guerra, ha spinto qualche centinaia di migliaia (sottolineo, centinaia di migliaia, non migliaia) di profughi a cercare rifugio oltre il confine libico.
Lì, accampati, non ci sono solo libici.
Ci sono lavoratori di tante nazionalità che cercavano di aiutare le loro famiglie emigrando vicino al petrolio. Centinaia di migliaia sotto il caldo. Che hanno perso tutto.
Con l’incertezza sul come tornare a casa.
E, di nuovo, con l’incertezza su come alimentare le loro famiglie.

Quando ho chiesto a Rim cosa pensasse di tutto ciò, non ha avuto un attimo di esitazione.
Li accolgo? Dove li metto? Cosa diranno i tunisini? Quanto costa?
Come può gestire tutto questo un governo appena nato?

Nessuna domanda.
Nessuna indecisione.

“il fait le nourrir”
– bisogna dargli da mangiare

Lei, responsabile dei numeri di NESSMA, non ha fatto la nostra misera contabilità di arrivi e partenze.
(in questi giorni siamo passati dai conti sugli immigrati a quelli sulla spazzatura…)

Bisogna accogliere e dare da mangiare.
– senza discussioni

Bella lezione, restiamo umani.
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PS
“Restiamo umani” è frase di Vittorio Arrigoni

PS2
prima di creare confusioni,
una dichiarazione esplicita non fa diventare giusta una guerra

Pubblicità

Tunisia: coprifuoco e Facebook

13 gennaio 2011

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A Tunisi, questa notte, hanno decretato il coprifuoco.
La notizia mi era arrivata con un SMS nel tardo pomeriggio.
Mi sono svegliato prestissimo e ho iniziato a guardare le immagini su France24.
Questa notte hanno sparato a Tunisi. Un morto, forse due.
Ho visto la città dove ho vissuto per due anni deserta, tutte le vetrine chiuse.
Nessuna macchina muoversi. Nulla.
Mi ha fatto impressione riconoscere le vie, le piazze, i negozi.
Vedere tutto assolutamente fermo sotto la luce gialla dei lampioni.
Una città dove ho visto circolare persone a qualsiasi ora.
Dove, durante il Ramadan, si trovano bar e pizzerie aperti tutta la notte.
Nessun essere umano.
E’ la prima volta che “vivo” il coprifuoco in luoghi che conosco.

Sono andato a cercare il significato di coprifuoco.
Ho incocciato in questa storia: durante il medioevo, in alcune città, veniva chiesto di spegnere tutti i fuochi e i braceri.
Veniva, appunto, applicato il coprifuoco.
Era un modo per prevenire gli incendi, chiaramente più difficili da controllare e spegnere durante la notte.
Mi è sembrato curioso, come una modalità di prevenzione, un termine con un significato positivo e di difesa delle persone sia diventato un’indicazione di pericolo estremo. Oggi invece di sentirci protetti dal coprifuoco ne abbiamo paura. La storia cammina.

E già che ero su internet ho riaperto Facebook.
Guadando la mia home page, scorrendo le notizie e i filmati messi nella notte ho capito il peso di questi nuovi strumenti di comunicazione.
Ne avevo sentito raccontare l’uso durante le rivolte in Iran o in altri posti.
Ne prendevo atto, ma il senso vero mi scivolava sulla pelle.

E’ molto di più. Ti arriva un sms che ti racconta una novità?
Apri Facebook. Controlli cos’altro sta accadendo.
Apri Facebook e il mondo intorno cambia di dimensione, si allarga.
Scorri le notizie, attendi dai tuoi amici i messaggi di chat.
Tutto è in tempo reale. Si costruisce una emozione difficilmente descrivibile.
Chi scrive i post qualche volta lo conosci, molte volte no.
Però scopri che l’elemento “postato” è stato sottoscritto da altri che tu conosci.
E non ci sono solo le parole. Ci sono le immagini.
Non avevo idea della potenza emotiva delle immagini dei telefonini che vengono proposte.
Ogni volta che un utente condivide il filmato, questo appare anche sulla pagina di tutti quelli che conosce.
Un torrente intenibile.

Oggi pomeriggio sono tornati due colleghi che erano ancora a Tunisi.
Mi hanno detto di aerei stracolmi.
Mi hanno detto di una città spettrale.
Mi hanno detto dei negozi chiusi. Mi hanno detto della corsa all’acquisto del cibo (finito).
Mi hanno descritto gli scaffali vuoti negli unici due – proprio di numero – supermercati aperti (Geant e Carrefour).
Mi hanno detto della catena Monoprix chiusa da più giorni. Una proprietà “della famiglia”, presa di mira. Alcuni negozi sono stati dati alle fiamme.
Così come alcune banche. O concessionarie di automobili (Volkswagen, Peugeot, Mercedes).
Tutte proprietà della famiglia.

Mi hanno raccontato del ruolo di Facebook.
Di come tutti siano agganciati in linea. (non riescono a fermare FB anche perchè la maggiornaza usano reti “TOR” o simili)
Di come Facebook sia il canale per convocare le manifestazioni.
Di come FB, insieme ad Al Jazeera, siano gli unici “giornali” ad essere seguiti e creduti.
Delle emozioni suscitate in ufficio all’arrivo delle notizie.
Di come vi siano, contemporaneamente e sempre su FB, gli appelli alla calma.
Gli appelli all’attenzione e alla ricerca dei riscontri alle notizie pubblicate.

Di come ci sia la convinzione che, dopo tutto ciò, la Tunisia sarà diversa.
Di come tutti sperino in una transizione tranquilla.

Domani, in risposta all’appello dei sindacati, vi sarà uno sciopero generale.
Comunque sia, in qualsiasi paese, quella del sindacato, è una bandiera che unisce.

Speriamo bene per domani.


Ma cosa succede in Tunisia?

12 gennaio 2011

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Molti, in questi giorni, mi hanno detto “fortunato che te ne sei andato dalla Tunisia… col casino che c’è…”
Si, sono fortunato, però, per alcuni aspetti, mi spiace non essere là.
Solo stando là si può cercare di capire un po’ le cose.

Altra domanda: “Ma cosa sta succedendo?”

Non mi permetto nemmeno lontanamente di dare dei giudizi. Sui giornali si trovano commenti migliori dei miei. E, soprattutto, – e questo è un mio cruccio – per capire bisogna parlare l’arabo (tunisino). Non esserne capaci, ti taglia fuori dalla possibilità di una comprensione di ciò che ti circonda.
Sono rimasto due anni in una società molto francofona, in mezzo a gente istruita, che mi ha sempre parlato in francese. Poche possibilità di progredire nell’apprendimento dell’arabo.
Dunque nessuna possibilità di capire meglio la realtà che mi circondava.

Però non sono nemmeno totalmente allo scuro. Racconterò alcune cose che ho vissuto.
E inizierò proprio da questo blog che ho tenuto.

Ho sempre immaginato che qualcuno si sia domandato perché in due anni, nei post, gli accenni politici sono stati striminziti e vagamente positivi.
Perché sono uno straniero.
Perché dovevo vivere là.
E – soprattutto – perché è tutto controllato.
Dunque anche il mio blog.
E queste sono le notizie in uscita.

Ora le notizie in ingresso.
Stare in Tunisia significa vedere solo una parte di internet. Frequentemente, cercando un sito, ti vedi rispondere con una pagina bianca in cui campeggia “errore 404”.
You Tube, Le Monde, e tantissimi altri siti sono oscurati.
Cosa blocca l’accesso? I grandi filtri installati tra gli utenti e il tubo di entrata che collega la Tunisia ad internet. Ti viene rabbia. In questi due anni sono decine le mail che ho ricevuto che mi dicevano “clikka qui”, o “guarda questo”, io clikkavo e saltava fuori il famigerato 404. E allora parti con la spiega al tuo interlocutore “io quel sito non lo vedo, cosa dice? Cosa mostra ecc?”

Stare in Tunisia significa anche perdere le mail. Non è stato infrequente che delle mail semplicemente non siano mai arrivate. Facendo figuracce su riunioni, appuntamenti o risposte che avrei dovuto dare. Quando mi sono messo a cercare di capire sono arrivato all’ATI (Agence Tunisienne Internet). La mail usciva dal mio PC, arrivava al mio provider, usciva da questi e non arrivava mai al server di destinazione in Italia. Scoprendo così che si era “persa” all’ATI. A quel punto smettevo di fare domande.

Una leggenda metropolitana vuole che a Tunisi vi sia un palazzo gigantesco, messo in piedi con l’aiuto degli americani, dal quale tutto transita – tutto viene “ascoltato” – tutto viene filtrato: cellulari, mail, traffico internet, una sorta di Echelon (leggenda?)

Subito dopo le elezioni presidenziali del 2009 (e tutti ne parlavano con dei sorrisi ironici) “Le Monde” ha fatto una serie di articoli critici nei confronti del presidente Ben Alì, della percentuale “bulgara” (89,62% !!!) con la quale è stato rieletto, su attività e maneggi di figli, moglie e parenti vari.
Articoli che non sono stati assolutamente graditi.
Risultato: “Le Monde” non è più entrato in Tunisia.

Ma questo essere stufi, da parte dei tunisini, non riguardava solo questi aspetti “tecnologici”. E’ un essere stufi più profondo. Riguarda la cappa di difficoltà nel vedere crescere la propria società perché strozzata “dalla famiglia”.

Tutte le imprese economiche redditizie (o ipotizzate redditizie) vedono la presenza della famiglia del Presidente in generale e dei parenti della moglie del presidente in particolare. Tutti mi parlavano della “famiglia”. Tutti alzavano gli occhi al cielo, come di fronte a qualcosa di terribilmente ingiusto, ma inevitabile.

Di fronte a tutto questo ho visto un misto di rassegnazione e rabbia.
Rabbia per essere trattati come degli incapaci (il giornale tunisino in francese “La Presse” è soprannominato “Prozac” – “tout va bien”).
Rabbia perché la Francia è vicina e lì si respira un’altra aria.
Rabbia perché tutti ricordano com’era la società al tempo di Habib Bourghiba.
Rabbia perché in ogni settore economico se incontri “la famiglia” sei bell’e che fritto. Devi pagare il fio. E devi aspettarti, ad andare bene, di essere un buon secondo nel mercato.

Questo è ciò che ha scritto anche Wikileaks. Ciò che passa di bocca in bocca a Tunisi. Che viene commentato a bassa voce.

Rassegnazione perché nulla sembra possibile cambiare. Perché lo spettro di ciò che è successo in Algeria è vivo. Perché si oscilla tra la voglia di cambiamento e l’accettazione del presidente Ben Alì che tiene a bada “les barbu” – i barbuti, i musulmani estremisti.

Ho letto di come sono partite le manifestazioni. Ho visto come i media italiani accomunavano le manifestazioni in Algeria (problema degli aumenti dell’olio e altro) a quelle in Tunisia.
Con tutta la mia ignoranza della situazione, la vedo leggermente diversa. Anche se sicuramente vi sono, nella protesta, delle componenti economiche.

Mi sono trovato a immaginare e capire come tutto possa essere partito dall’arroganza della polizia verso quell’ambulante a Sidi Bou Zid. Come tutto abbia scatenato il “vogliamo e dobbiamo dire cosa pensiamo”.

Una rabbia profonda verso questo stato di cose che porta tutti a non credere una parola di ciò che viene detto (la creazione di posti di lavoro), che porta a non considerare come vero il dolore del presidente Ben Ali andato a trovare l’ambulante ustionato in ospedale (il poveretto è poi morto).

E ora un link. Uno dei famosi blogger tunisini che riesce a fare uscire qualche immagine e notizia (com’è che non l’hanno ancora bloccato?). Cercate su Facebook la bacheca di Zied Elheni.
(http://www.facebook.com/zied.elheni4?ref=ts#!/zied.elheni4?sk=wall)

Perché Facebook?
Perché in Tunisia si parlano molto attraverso Facebook. Molte volte hanno cercato di bloccarlo, ma sempre hanno dovuto riaprirne l’accesso. Anche il più “dolce” dei regimi ha dei limiti.

La mia pagina di Facebook, in questi giorni, si è riempita di commenti di tutti i miei amici tunisini cui sono connesso, commenti sempre molto misurati.

Quello che più mi ha colpito è il seguente:
« arrêtez de partager les chansons d’amour et des videos des blagues et je ne sais quoi! un peu de respect pour nos compatriotes qui sont morts et qui sont en train de mourir. un peu de respect pour notre terre! commençons par changer vos photo de profil. passer ce msg svp. Mon cœur, mon âme sont en deuil. La Tunisie s’effondre. Le monde extérieur nous regarde sans broncher. La Tunisie saigne à blanc. libres et dignes et fiers »

Colpito dalla dignità del messaggio.
Colpito dal “La Tunisia affonda e il mondo ci guarda senza battere ciglio”.

Sono vicino a miei amici tunisini.


Donne insieme

3 dicembre 2010

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Sono passati due anni. Si torna a casa.
Finisce questa mia esperienza tunisina.

In questo ultimo post voglio raccontare una storia.
La storia di quello che stanno costruendo due italiane e un tunisino.
Giorgia, Manuelita e Ramzi.

La storia si sviluppa a El Kef, un grosso borgo a 150 km da Tunisi.
E’ in mezzo ai monti verso l’Algeria, non tanto in alto, ma a sufficienza per avere la neve in molti inverni.
Un posto dove la gente parla con orrore del caldo appiccicoso di Tunisi.
Un posto ricco di tradizioni e di artigianato casalingo.

Non so come questa storia sia iniziata. Ma i tre, là, devono aver incontrato alcune donne capaci di fare dei bei prodotti.

E invece di far commercio, di comprare quei prodotti a basso prezzo per poi rivenderli in Italia (e guadagnarci bene), si sono fatti scattare l’idea di unirle, quelle donne.
Di unirle nella forma più elementare e dignitosa che i lavoratori di tutto il mondo hanno per essere proprietari del proprio lavoro: hanno costruito una cooperativa.

E’ una idea semplice, così semplice che ha appassionato anche il Governatorato del Kef (l’equivalente delle nostre province) che ha messo a disposizione i locali per la cooperativa.

Non so a chi dei tre sia venuta l’idea (anche se sospetto Manuelita), ma so che sono andati avanti e indietro tutta l’estate tra Tunisi e il Kef.
Tanto che non riuscivamo mai a vederci.
Loro tre.
La mia “comunità italiana” a Tunisi.

Poi una sera di settembre ci siamo riusciti. Cena italiana a casa mia.
Con prodotti italiani usciti dalle nostre dispense (buoni i tuoi salami calabresi, Manuelita).

E durante la cena i racconti, appassionati.
Dall’idea della cooperativa al concreto punto di arrivo, con i locali finiti.
Con le donne che lavorano insieme. Con i prodotti pronti.

Questo é il link di Facebook per leggere chi sono e cosa fanno (per vedere tutto bene bisogna essere registrati)

http://fr-fr.facebook.com/people/Atelier-Darnisse/100001577573756

I racconti di quella cena sono tali che viene voglia di andarci a El Kef e di darti da fare.

Ma il loro spirito di iniziativa non si ferma qui.

Entrando in contatto con le famiglie a El Kef, sono venuti a conoscenza di situazioni economiche critiche.
Non si sono persi d’animo.
Rientrati a Tunisi hanno iniziato a batter cassa con tutti quelli che conoscevano.
Hanno fatto una colletta.
Un’altra forma semplice e concreta per risolvere i problemi.
Hanno deciso di acquistare una o due mucche e di darle a queste famiglie.
Anch’io ho partecipato alla colletta.

Ora bisogna partire. Sto chiudendo casa.

Della Tunisia mi fa piacere pensare di avere formato dei tecnici e saldato delle amicizie.
Di aver costruito 5 cinque studi, 10 sale di montaggio, una televisione.
E comprato mezza mucca.
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Pregiudizi geografici

5 novembre 2010


Lo so, sto battendo la fiacca.
Per evitare il linciaggio, segnalo un link inviato da Maria.

Un saluto ai miei amici geografi.

http://alphadesigner.com/project-mapping-stereotypes.html


Un mese speciale

20 agosto 2010

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A volte mi domando dove fossi o cosa guardassi l’anno scorso. E’ il secondo Ramadan in cui mi trovo coinvolto. Non mi ero quasi accorto di tutto quello che sto per descrivere.

Nel libro che sto leggendo, quella islamica, viene descritta come una religione “che si fa”. Il Ramadan ne è la dimostrazione più evidente. Una disciplina di comportamento che dura un mese.
Un qualcosa di totale.
Cambiano tutti i ritmi di vita. Cambiano gli orari di lavoro. (esempio, da noi in TV, i programmi si registrano solo la notte). Cambiano gli orari di apertura dei negozi.
E’ incredibile attraversare a mezzogiorno la città turistica di Hammamet e vedere tutto chiuso. Peggio che domenica.

Il crollo delle presenze negli alberghi è verticale. Pare che le agenzie occidentali sconsiglino le partenze per evitarsi reclami sui livelli di servizio.
Sapendo che il Ramadan si sposta di 10 gg in avanti ogni anno, ci vorranno almeno 8 – 10 anni perché capiti a Giugno. Perché esca dai mesi di luglio e agosto, la stagione turistica europea. Questo intervallo sta preoccupando non poco i responsabili dell’economie dei Paesi islamici che basano molte delle loro entrate sul turismo, con tanto di discussioni e proposte sommesse a tutti i livelli.

Cambiano i consumi televisivi. Tanto che il 60% degli investimenti pubblicitari annuali si concentrano nel solo mese del Ramadan.

E’ una religione “che si fa”. E uno dei momenti più attesi in queste giornate, è la rottura del digiuno. Il momento cioè quando, calando il sole, è ammesso bere e mangiare.
Fatemi dire, in modo un po’ blasfemo, che è un momento che assomiglia alla nostra mezzanotte di capodanno. Tutti fermi, bicchieri alla mano, ad attendere il conto alla rovescia. Per poi brindare e festeggiare.
Accade qualcosa di simile. Poco prima della rottura del digiuno tutto si ferma. Il traffico va praticamente a zero. Marciapiedi deserti. La maggior parte dei ristoranti, in questo mese, sono chiusi per ferie. Tutti sono nelle case ad attendere l’annuncio. Da noi, a Nessma TV tutti ritirano in mensa il vassoio con la cena, l’appoggiano sulla scrivania, e aspettano.

Una grande trattenuta di fiato collettiva. Poi, secondo un calendario delle effemeridi distribuito ovunque, dalle torri delle moschee, a tutte le televisioni si chiude il momento della preghiera e viene annunciata la rottura del digiuno. E lì inizia la festa. Tutti a tavola con serenità e chiacchiere.

Contrariamente a quello che dicono tutte le agenzie turistiche, il Ramadan, da un Paese di fede islamica, andrebbe visto, Almeno una volta nella vita.

Nota personale N1
– il Ramadan televisivo in agosto ha fatto cambiare anche la mia/nostra vita familiare. E’ il secondo anno che salto le ferie, per assicurare il mio contributo alla preparazione dei programmi in questo mese speciale.

Nota personale N2
– per un errore nella programmazione dei server di emissione, il primo giorno di Ramadan, abbiamo trasmesso la rottura del digiuno 35 secondi prima di TV7, la RAIuno locale. Apriti cielo. Migliaia di telefonate e messaggi di protesta. C’è anche chi mi ha spiegato come, mangiare prima del momento dovuto, annulla tutto lo sforzo della giornata. Il tempo esatto dell’annuncio su TV7 è talmente “nazionale” ed importante che anche le moschee vi si attengono. E noi l’abbiamo dato 35 secondi prima… Il giorno dopo, indagavo per capire le ragioni dell’errore. Mi sono trovato davanti un muro di omertà e reticenze. I 35 secondi hanno iniziato a ridursi. – “Ma noooo, meno, moooolto meno”. Sono scesi. a 5. Quindi: “L’abbiamo fatto quasi insieme”. – “Si si, l’abbiamo fatto insieme” – Anzi “Noi tenevamo d’occhio TV7 e poi siamo partiti”.
Per venirne a capo, come mi capita (purtroppo) a volte ho cominciato a urlare a destra e a manca. Fino a che tutti hanno smesso di raccontare bugie e, dal loro silenzio, ho capito che la grande cazzata l’avevamo proprio fatta. Abbiamo sistemato le macchine. Nei giorni seguenti ho seguito personalmente la partenza del nostro annuncio. Rigorosamente 5 secondi dopo TV7.
Chi avrebbe mai detto che io, laico impenitente, mi sarei arrabbiato così tanto per il rispetto di una norma religiosa islamica?

Nota personale N3
– il famigerato aereo notturno dell’Alitalia che mi riporta in Italia prevede l’apertura del Check-in alle 19e30. Almeno così, in questi giorni, continuano ad annunciare in modo automatico i tabelloni. Ma le 19e30 coincidono col momento della rottura del digiuno, tutti gli operatori dell’aeroporto mangiano. L’aeroporto si svuota. Nessun banco, dico nessuno, è attivo. La vita ricomincia alle 20.

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Nella foto: il lavoro a NESSMA nei minuti che precedono l’annuncio. Poi tutti gli operatori si fermano, le macchine vanno avanti in automatico, e si mangia tutti insieme.
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Perché una TV nel Maghreb?

6 agosto 2010

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Quando, in Europa, parliamo di arabi e di islamici ci riferiamo a un insieme di persone tra le quali ci sono i maghrebini (marocchini, algerini, tunisini). Sono circa 20 milioni (quelli in regola) nei tre paesi. Quasi il 2% del totale abitanti dei tre Paesi del sud (Spagna, Francia, Italia).
Sono “arabi” e non lo sono allo stesso tempo. I maghrebini guardano molto più a nord (Europa) che a est (Paesi Arabi).

Perché queste persone ci devono interessare? Perché vivono da noi e ci resteranno. Perché sono una comunità coesa, ancora alla prima generazione (salvo in Francia). Una comunità che assorbe lentamente i nostri costumi. Sono persone che hanno ancora i loro Paesi di origine come riferimento.

Il loro consumo televisivo è alto, ma non guardano le nostre TV. Cercano e guardano le TV di Stato dei loro Paesi che, proprio per questo, sono ricevibili col satellite. Ma guardano, inevitabilmente, anche le TV trasmesse dal mondo arabo più profondo, l’onnipresente Al Jazeera e tante altre.

Quali contenuti ascoltano? Che idee si formano?
Questo ci interessa da vicino perché ne va del nostro modo di vivere.
La televisione è uno strumento potente per formare idee, cambiare costumi, integrare (o dividere) le genti.

La vera unità d’Italia, l’unità della nostra lingua, dei nostri costumi, delle nostre abitudini non l’hanno fatta né l’esercito dei Savoia, né la retorica fascista.
L’hanno fatta la migrazione interna e la televisione del dopoguerra.

La televisione può essere uno strumento per combattere l’integralismo molto più efficace, profondo e duraturo della polizia.

Nel territorio del Maghreb, sono state rilasciate poche licenze di trasmissione a TV non governative. Una di queste a NESSMA TV, dove sto lavorando io. (suo il logo all’inizio pagina)
NESSMA, nelle intenzioni, è una televisione aperta, progressiva. Senza eccessi nei contenuti diffusi. Una TV rispettosa di costumi e religione locali che però non apre le trasmissioni con la lettura del Corano, come la gran maggioranza delle altre TV locali.

Una televisione fatta da maghrebini per i maghrebini che mostra ciò che accade in questi paesi. Nei modi e nei linguaggi possibili.
Una televisione che alimenta la speranza esistente in questi Paesi all’essere moderni, e a non cadere in eccessi di integralismo e fanatismo. Così viene percepita qui NESSMA TV.
Non sarebbe male poter avere questa, e altre voci simili, dalle nostre parti, in Europa.

Quando sono arrivato in Tunisia, con grande sorpresa, ho scoperto che, con le Olimpiadi del 1960, RAI UNO viene diffusa in tutta la Tunisia.
Non vi è nessun altro esempio di televisione occidentale distribuita in questo modo in Africa o nel Medio oriente.

Da due generazioni, i tunisini, seguono i nostri programmi, apprezzano il nostro Paese e la nostra cultura. Imparano la nostra lingua (la maggioranza dei tunisini la capisce, anche se non la parla).
E ai francesi, attenti a non perdere i contatti con le loro ex colonie, “le balle ancora gli girano” come dice Paolo Conte.

Allora ha avuto un senso importante diffondere la RAI per parlare a chi viveva qui.
Oggi mi sembra ci siano tre grandi modifiche di cui tenere conto.
Il diverso atteggiamento politico “dell’Islam” nei confronti della politica mondiale.
Il diverso scenario mediale (internet e satelliti).
L’emigrazione sud-nord.
Oggi, forse, non ha più molto senso distribuire una televisione con le modalità degli anni ’60.
Oggi col satellite vedi tutto.
Ma oggi, come allora, è importante ci siano televisioni che parlano un linguaggio aperto e progressivo. Oggi la TV deve essere fatta qui.
Ed è decisivo che in questi paesi, gli investimenti in comunicazione, non arrivino solo da Paesi Arabi. Il dialogo tra le due coste del Mediterraneo dovrebbe sostanziarsi con investimenti anche nei media, e non solo in fabbriche che approfittano del basso costo della mano d’opera.

Mi sono trovato a fare queste riflessioni qualche giorno fa.
Quando ho anche realizzato che Mediaset è l’unico gruppo di comunicazione europeo che ha una importante partecipazione, non solo finanziaria, in una televisione in lingua araba trasmessa dai territori dell’Africa o del Medio oriente.
Stare qui mi è costato (e costa) fatica. Ma gli ho trovato un senso.
E’ importante riuscire a parlare ai maghrebini delle due coste. Anche a chi vive da noi.
Quando si diffondono conoscenza reciproca e rispetto gli integralismi e i fanatismi trovano poco spazio.

E la Tunisia è proprio un Paese speciale.
Lo era nel ’60 con la RAI lo è oggi con questa opportunità.


Un libro per l’estate

6 agosto 2010

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Di solito, introduzioni e prefazioni dei libri, le salto.
Passo subito al capitolo uno.

L’altro giorno, in transito dall’Italia, mi è capitato un piccolo libricino tra le mani.
Quelli che gli editori stampano come assaggio, per invogliarti.
Di solito è il primo capitolo. Questa volta l’introduzione.

Folgorante.

Tutta la storia che abbiamo studiato, lo sappiamo, è “occidentalo-centrica”.

Ma ne siamo talmente immersi che sembra non esserci altro.
(la globalizzazione si sta occupando di smentirci)

Questo libro racconta di uno degli altri “universi” paralleli al nostro.
La storia delle “terre di mezzo” – quelle che chiamiamo Medio Oriente.
E visto che da est sud nord e ovest stiamo tutti convergendo, sempre la benedetta globalizzazione, sarà bene iniziamo a capire da dove arrivano gli altri nostri compagni di strada.

Chissà se la Gelmini mi sente?
E chissà se insieme alle famose 3 “i” metterà anche qualche “s” di storia in più nei nostri manuali scolastici.

Tamin Ansary, Un destino parallelo, Fazi ed.


Cielo – cielo – manca – manca

22 giugno 2010

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Chi si ricorda il ritornello che cantavamo col mazzetto delle figurine dei calciatori in mano?

Questa è una ferramenta che si firma orgogliosamente:

Boutique ce l’avete?
SI ce l’ho punto

Quando c’è la sicurezza, c’è tutto

PS
notare il numero di telefono a 5 cifre. Siamo vicini a Kef, nel nord ovest del Paese. Qui, come altrove, i cellulari soddisfano il bisogno di comunicare. La numerazione fissa cresce lentamente.

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Eroe di 2 mondi

22 giugno 2010

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Non è l’esistenza di un negozio di poster con cui arredare la casa a stupirmi.
Né il fatto che abbia un sito web chiaro e ben fatto (come la maggioranza di quelli fatti qui).

Mi ha stupito la classifica pubblicata dei poster più venduti..
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Al sesto posto, tra un taxi di NY e Scarface, ho trovato Che Guevara.
Moderno eroe dei due mondi.

Per i curiosi
http://www.MKPOSTERS.com